Teopedia/Quaquaraqua

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Ritorno


Quaquaraqua

La frase che hai citato, "Ci sono uomini, ominicchi e quaquaraqua", proviene dal romanzo Il giorno della civetta (1961) di Leonardo Sciascia, un capolavoro della letteratura italiana che esplora la mafia, la giustizia e la morale in Sicilia. Questa triade è una delle citazioni più celebri dell’autore e riflette una visione disillusa e gerarchica dell’umanità, espressa con grande forza stilistica.

Contesto e significato

Nel libro, il personaggio che pronuncia questa frase è Don Mariano Arena, un boss mafioso, durante un interrogatorio con il capitano Bellodi, un carabiniere del Nord che rappresenta la legge e l’etica. Don Mariano usa queste categorie per classificare gli esseri umani, mostrando il suo disprezzo per chi non rientra nella sua idea di "uomo" e rivelando al contempo la sua Weltanschauung, cinica e pragmatica:

  1. Uomini: Per Don Mariano, sono coloro che hanno coraggio, coerenza e potere – persone che contano, come lui stesso si considera. È una categoria elitaria, riservata a chi agisce con determinazione, anche se in modo spietato o criminale.
  2. Ominicchi: Un diminutivo spregiativo di "uomini" (letteralmente "omini", piccoli uomini). Sono gli individui meschini, vigliacchi, che non hanno il fegato di essere "uomini" veri. Vivono nell’ombra, spesso servendo i potenti senza assumersi rischi.
  3. Quaquaraqua: Il gradino più basso. Come spiegato prima, richiama il verso delle anatre e indica persone inconcludenti, chiacchierone, incapaci di agire o di essere prese sul serio. Sono il nulla assoluto nella scala di Don Mariano.

La frase completa nel romanzo è:

"Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, io la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezzi uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraqua…"

(Nota: nel testo originale ci sono altre due categorie, ma la triade "uomini, ominicchi, quaquaraqua" è quella che è rimasta nell’immaginario collettivo.)

Commento

Sciascia usa questa classificazione per mettere in bocca a Don Mariano una filosofia brutale ma lucida, che riflette il codice d’onore mafioso e il disprezzo per la debolezza. È anche una critica implicita alla società siciliana (e non solo), dove il potere e la rispettabilità spesso si misurano con parametri distorti. L’ironia sta nel fatto che un mafioso si erge a giudice morale, mentre il linguaggio – vivido, popolare, quasi teatrale – dà alla frase una potenza memorabile.

La scelta di "quaquaraqua" come termine finale amplifica il tono di scherno: è un suono ridicolo, quasi comico, che sminuisce del tutto chi viene etichettato così. Sciascia, con il suo stile secco e tagliente, riesce a condensare in poche parole un’intera visione del mondo, mescolando tragedia e sarcasmo.

Curiosità

Questa citazione è entrata nel lessico italiano ed è spesso usata, anche fuori contesto, per esprimere disprezzo verso chi parla molto ma non agisce. È un esempio perfetto di come Sciascia sapesse trasformare il parlato siciliano in letteratura universale.